Altro che museo della Shoa...
La nuova aggressione israeliana rende necessaria una strategia palestinese che le si contrapponga
E’ giusto e doveroso soffermarsi sull’ambiguo silenzio che molti, sia nel mondo arabo che nella comunità internazionale, e perfino negli ambienti palestinesi, mantengono di fronte a ciò che sta accadendo nella striscia di Gaza ed in Cisgiordania dopo il ritiro israeliano. Il silenzio di fronte all’assedio di Gaza che, da regione soggetta ad un’occupazione diretta, è stata trasformata in una prigione nel pieno senso della parola, deve mettere in imbarazzo molti fra coloro che hanno definito il ritiro israeliano un passo “positivo e coraggioso”. Il silenzio di fronte agli omicidi ed agli arresti nei territori palestinesi è qualcosa che provoca sconcerto. Il ministro della difesa israeliano Shaul Mofaz non ha più semplicemente definito le operazioni israeliane come una reazione agli attacchi palestinesi, ma si è spinto oltre, affermando che lo stato di Israele “sarà il solo a decidere quando fermare l’escalation, poiché esso è il solo che può stabilire le regole del gioco e la natura della nuova situazione”. Questo significa non tener conto della posizione americana, o del ruolo del Quartetto, per non parlare di quello dell’Egitto o dell’Autorità Palestinese. Ma la responsabilità dell’inasprimento a cui stiamo assistendo nella striscia di Gaza ed in Cisgiordania ricade su tutti coloro che hanno dato una lettura sbagliata del ritiro pianificato da Sharon, colmando quest’ultimo di lodi e di elogi per il passo che stava compiendo, e restando in silenzio di fronte all’attuale escalation israeliana.
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La “nuova situazione” a cui accenna Mofaz dovrebbe consistere dunque nell’accettare il muro di separazione, l’annessione israeliana di Gerusalemme, e la soluzione della questione palestinese sulla base dello status quo. Ciò significa la definitiva archiviazione della “Road Map” ed il fallimento della strategia dell’Autorità Palestinese e dell’Egitto. Coloro che hanno sostenuto la “Road Map”, che nel frattempo è diventata la “Sharon Map”, conoscono una soluzione ben sperimentata, che è quella di appellarsi agli Stati Uniti, o ai paesi del Quartetto, o alle Nazioni Unite, affinché facciano qualcosa. Ma l’unica risposta sarà dettata da Mofaz e Sharon, e consisterà nella disintegrazione di tutti i gruppi palestinesi, e nella realizzazione degli obiettivi israeliani per mezzo di arresti e bombardamenti. Ciò che seguirà a questo sarà per il popolo palestinese molto peggiore di quanto è accaduto finora: i palestinesi saranno costretti a negoziare una soluzione condizionata al volere di Sharon, dopo aver assistito alla disintegrazione dall’interno del loro popolo. Potrà così nascere uno stato palestinese edificato su diverse prigioni fra loro separate: la striscia di Gaza, Nablus, Ramallah, una parte di Hebron, Jenin, ed un insieme di villaggi privi di terreni coltivabili. Ma, soprattutto, sarà uno stato palestinese privato di Gerusalemme e della moschea di al-Aqsa.
Se l’Autorità palestinese vuole guardare in faccia la realtà, essa deve abbandonare le proprie speranza riposte in un vagheggiato intervento americano, europeo, o russo, e deve dichiarare che la strategia delle trattative e dei negoziati è fallita, essendo entrata ormai in un vicolo cieco.
Deve dunque nascere una nuova unanimità che comprenda tutte le fazioni palestinesi, al fine di elaborare una nuova strategia di resistenza.
http://www.aljazeera.net/NR/exeres/75FD415A-32B3-445F-8860-5C0DC6E0DE18.htm
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Documenti, intese e speranze
Dopo l’atmosfera pesante che ha caratterizzato i giorni precedenti, abbiamo assistito a dei passi in avanti sia a Beirut che a Gaza. I risultati prodotti dagli incontri che hanno avuto luogo in queste due città dovrebbero disperdere le nubi ed allontanare le paure dei giorni scorsi, dando adito alla speranza che, al momento opportuno, vi siano persone che si adoperano per impedire che la situazione precipiti.
A Beirut il primo ministro libanese ha tenuto una lunga riunione con i capi dei campi profughi palestinesi in merito alla spinosa questione del controllo delle armi all’interno dei campi. Tale questione era stata all’origine di tensioni crescenti nei giorni scorsi. L’incontro ha prodotto un’intesa fra le parti, in base alla quale i responsabili dei campi si assumeranno il compito di controllare le armi e di impedire che vengano trafugate e fatte uscire dai campi stessi. Inoltre essi si sono impegnati a proibire le parate militari all’interno dei campi.
Nel frattempo a Gaza si teneva un incontro fra otto diverse fazioni palestinesi, i cui leader hanno sottoscritto un “patto di onore nazionale”, con il quale essi si impegnano ad impedire che si verifichino incidenti e combattimenti fra palestinesi. Questo accordo ha fatto seguito agli scontri che avevano avuto luogo nei giorni scorsi all’interno della striscia di Gaza.
Entrambi questi avvenimenti meritano di essere menzionati ed elogiati poiché toccano delle questioni di estrema delicatezza e pericolosità. Il problema della diffusione incontrollata delle armi ha causato disgrazie e perdite in passato, provocando ripercussioni molto negative sugli interessi libanesi e palestinesi. Alla luce della situazione estremamente grave che la regione sta attualmente attraversando, ulteriori debacle a livello militare e di sicurezza, sia in Libano che a Gaza, avrebbero conseguenze disastrose per tutti. La speranza è che la consapevolezza della gravità delle circostanze faccia sì che tutti considerino il dialogo come l’unico strumento utilizzabile, se si vuole evitare che la situazione precipiti.
Il governo libanese e le fazioni palestinesi hanno dunque fatto bene a sedersi attorno ad un tavolo. Tuttavia il banco di prova più difficile consisterà nel tradurre in provvedimenti concreti gli accordi fin qui presi. E’ qui che risiede il nocciolo della questione, tanto più che i precedenti sono poco incoraggianti, visto che molti accordi del passato si sono tradotti in lettera morta.
http://www.albayan.ae/servlet/Satellite?cid=1128856919463&pagename=Albayan%2FArticle%2FFullDetail&c=Article
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Una luce nella notte di Gaza
Giunge da Gaza la prima notizia lieta dal momento del ritiro israeliano e della trasformazione della Striscia in un luogo senza legge, dove dominano il caos e la forza delle armi. Il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas è infatti giunto a Gaza, non per incontrarsi con le diverse fazioni, o per ristabilire la calma, o per tenere inutili discorsi, bensì per inaugurare il primo grande progetto edilizio che sorgerà sulle rovine della colonia di Moragh. Accanto a lui era presente lo sheikh Abdallah bin Zaid, in rappresentanza degli Emirati Arabi, i quali si sono assunti i costi dell’intero progetto che comprenderà 3000 unità abitative. Egli è il primo uomo politico arabo che ha fatto visita a Gaza dopo il ritiro israeliano, e non per condurre trattative o per fare annunci o dichiarazioni, ma per portare avanti un progetto di sviluppo per il bene dei palestinesi, i quali hanno lungamente sofferto, pagando con il sangue dei martiri, allo scopo di arrivare ad un giorno in cui poter vivere in pace e tranquillità, conducendo una vita dignitosa in delle case decorose, e con delle scuole rispettabili.
La Striscia di Gaza è una regione molto piccola, e se ogni paese arabo seguisse l’esempio degli Emirati, questo sarebbe un grande successo per tutti gli arabi. I progetti di sviluppo ed il miglioramento delle condizioni di vita contribuirebbero infatti a sconfiggere l’estremismo, che incita all’odio ed alla violenza facendo leva sulla disperazione della gente.
Se ogni paese arabo offrisse qualcosa alla Striscia di Gaza, nel campo della sanità, dell’istruzione, delle comunicazioni e dei servizi, se le istituzioni della società civile inviassero le proprie delegazioni a Gaza, al fine di studiare i bisogni effettivi della gente, per partecipare alla soluzione dei problemi ed al miglioramento delle condizioni di vita, molte cose cambierebbero. Se l’Autorità Nazionale Palestinese mettesse a punto un piano di investimenti da presentare agli uomini d’affari ad alle società del mondo arabo in modo da fornire loro delle opportunità di investire nella Striscia di Gaza, molte cose cambierebbero.
L’importante è che l’occupazione straniera non giunga a dominare e ad assoggettare la presenza araba, e che non abbia la meglio il linguaggio delle armi e dei conflitti interni. L’importante è che non si diffonda la frustrazione tra la popolazione, che non vengano scoraggiati gli investitori, e non venga anteposto l’interesse dei partiti all’interesse collettivo.
http://www.asharqalawsat.com/leader.asp?section=3&article=327626&issue=9813
