Il mio viaggio in Africa
dalla narrazione di Piero Taddei

Il mio racconto di oggi è tratto da una chiacchierata, davanti ad un buon bicchiere di vino, con il mio amico Piero Taddei. Solo che invece la chiacchierata si è svolta al telefono. Già io sono a Roma e lui vive nella bella Firenze. Piero Taddei è il prestigiosissimo Firenze Foto, uno degli studi più noti della cittadina toscana. Perchè mai il bicchier di vino? Perchè Piero è un buon diavolo di toscanaccio, ed anche un po' artista. Certe volte quello che scalda delle persone è il cuore ... Shh, ora inizia a raccontare ..

Eravamo in piena estate, io e mia moglie a decidere dove trascorrere le nostre vacanze. Desideravamo prenotare per il Marocco, per ampliare così la nostra cultura, avendo in precedenza visitato il popolo Saharawi, ma non trovammo posto. In cambio l'agenzia di viaggi ci propose un viaggio in Etiopia, un luogo del mondo che mi sembrò davvero lontano dalle rotte più commerciali del turismo. 20 giorni da trascorrere a contatto con la natura per conoscere un popolo del pianeta.
Decidemmo di acquistare il solo biglietto aereo e prenotammo per nostro conto soltanto il primo albergo, solo per non trovarci all'aereoporto senza un luogo dove andare. Al nostro arrivo ad Addis Abeba ad attenderci, quindi, solo un piccolo albergo a gestione statale, piccolo, ma carino e accogliente, che ci riparò subito dal primo improvviso acquazzone.
Già, io e mia moglie, eravamo partiti nella stagione delle piogge che, senza disturbare il nostro desiderio di esplorare un mondo sconosciuto, ci hanno accompagnato per l'intera vacanza. Addis Abeba si trova infatti su un altopiano a 2.400 metri e la pioggia giungeva puntualmente di prima mattina o al pomeriggio.
Depositati i bagagli, volemmo immediatamente fare un primo giro di esplorazione e, non lontani dall'albergo, nei pressi della via principale di Addis Abeba siamo rimasti folgorati.
Dozzine, ma no, forse centinaia di bambini, giovani donne e/o adulti, menomati o storpi gettati sulla nuda terra, chiedevano a noi europei una elemosina per il loro desinare. Un numero impressionante di persone! Tanto da domandarmi quante di esse fossero vittime di guerra e di un impietoso oggetto abbandonato, una mina a tranciargli un arto, o quale fosse la terribile causa fisiologica di tante menomazioni. E' il numero, che mi ha terribilmente sorpreso. Un numero incredibile! Una marea di umana sofferenza. Sono rimasto attonito.
Tu sai che io sono fotografo di professione, mi dice Piero Taddei e bravo, aggiungo io( che mi scuso per i ritagli delle foto e vi rimando al suo sito web www.firenzefoto.it), ma non ho avuto il coraggio di scattare una foto che documentasse la loro sofferenza. L'ho portata con me, dentro il mio cuore, e questo è uno dei principali motivi per i quali intendo tornare in Africa ...
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Dei giovani numerosissimi fra gli storpi e i mutilati, ne ricordo uno che si trascinava sul greto terreno appoggiandosi sulle sole mani, visto che non aveva le gambe, alle quali aveva infilato un paio di vecchie scarpe per ripararsi da sassi e altri oggetti che avrebbero potuto ferirlo. Le scarpe! Cara Loredana, non sai quanti giovani erano completamente scalzi e vestiti di poco più di un sacco, sotto quella pioggia battente, lungo le strade non asfaltate.
Con mia moglie abbiamo deciso di sincerarci, vedendo con i nostri occhi, le condizioni e la realtà della vita di questa marea di sofferenza.
Ho voluto girare di notte, a bordo di taxi perchè altrimenti sarebbe stato pericoloso per noi privi della conoscenza della lingua. Gli stessi che di giorno mendicavano per le vie, rimanevano nello stesso luogo la notte. O se ne spostavano per raggiungere una delle molte bidonville centralissime della città. Ricordo un uomo completamente nudo, che non ho fotografato, e le donne sempre giovanissime con un bimbo in braccio ed altri 3 o 4 al loro seguito.
Ad Addis Abeba ho trascorso 2 o 3 giorni, giusto il tempo di visitare la zona copta, cioè l'area dei cristiani, l'area mussulmana e alcuni importanti mercati, in particolare Addis Katema, che significa Nuova Citta.
La cosa che mi ha colpito maggiormente è che le baracche delle bidonville si incuneano profondamente fin nel centro della città, con le loro strade sterrate e le fogne a cielo aperto, i luridi monolocali e le donne che cucinano numerose nel bel mezzo del vicolo polveroso. Poi l'asfalto...
Mentre visitavamo la città abbiamo raggiunto la Ferrovia che porta nel Gibuti e costeggiando i confini con Somalia e Eritrea, conduce al mare. Dalla stazione, ricordo che imboccammo la via di un lungo pontile ferroviario. Fummo presto fermati da un poliziotto armato fino ai denti, che ci obbligò al dietro front perchè ci si avvicinava alla notte e poteva essere pericoloso.
Niente affatto spaventati, io e mia moglie, riprovammo subito il giorno dopo, ma trovammo il medesimo posto di blocco. Era di giorno e non poterono fermarci, solo alla fine del nostro peregrinare scoprimmo di essere stati sempre seguiti da un miliziano armato, preposto a difenderci in caso di difficoltà. Io quel giorno, mi dice ancora Piero, indossavo un cappello di foggia islamica. Credo che fu quello a far sì che proprio all'ingresso della baraccopoli un anziano mussulmano lì residente, con la testa cinta nel medesimo cappello, mi abbracciasse affettuosamente in segno di benvenuto. L'uomo volle farci da guida attraverso i vicoli.
Poi, di fronte ad un invisibile confine, si fermò e non volle più andare avanti. Si respirava un aria ostile. Come fare a stabilirlo, beh, quando a gruppetti di due o tre ti fissano con gli occhi torvi non si può non notarlo. Cercammo di avere un atteggiamento discreto, ma egualmente fummo abbrancati da uno dei molti gruppetti, stavolta formato da giovani adulti.
Uno di loro tentò di abbracciarmi, mentre gli altri mi circondavano. Mia moglie, che aveva capito, sbracciandosi rumorosamente ottenne un pronto allontanamento degli uomini da me, che di già mi giravo divincolandomi. Pochi momenti dopo finivamo nelle braccia del poliziotto, che silenziosamente ci aveva seguiti. Eravamo appena scampati al taglione del racket della baraccopoli. Nei 20 giorni seguenti l'episodio si è ripetuto solo un'altra volta, allora fu un provvidenziale taxi, che portandoci solo 7-800 metri più oltre, ci tolse d'impaccio.

Essere viaggiatori "senza pacchetto" ha i sui rischi, ma sono indiscutibili i pregi e la libertà. Per lasciare Addis Abeba scegliemmo quindi il bus e non il più comodo aereo, acquistammo per poco denaro il biglietto per il viaggio verso il sud e il posto in alto sul tetto del bus per i nostri bagagli.
Ora ti racconto come sono diventato un piccolo eroe, dice Piero, che quasi mi sono vergognato.
Devi sapere che il nostro bus si caricò all'inverosimile di persone e bagagli, buste, polli e capponi belli e stecchiti di ignota provenienza, e ogni piccolo anfratto del vecchio Fiat, modificato a cinque posti per fila con un sottile corridoio nel centro, era ricolmo di ogni sorta di cose e gente anche in piedi sui tratti brevi.
Tre i gestori del mezzo: l'autista con il compito di guidare pigramente sulle strade da un villaggio all'altro; il bigliettaio con compiti di "controllore" e il "meccanico" di bordo, addetto alle molte soste per riparazioni dell'automezzo.
Il vecchio Fiat si rompeva frequentemente, lungo il percorso, la gente pazientemente scendeva a sgranchirsi le gambe mentre i due sottoposti, il bigliettaio e il meccanico, si affaccendavano alla riparazione. Poi, tutti a bordo, si ripartiva. Unica legge la lunghezza del percorso: in piedi quelli del tragitto breve e delle fermate intermedie, seduti quelli del percorso lungo come me e mia moglie. Io volli condividere questo diritto con i miei vicini e lasciai il posto ad una donna per un'oretta circa, quando poi scese alla sua fermata. Salì al suo posto una donna giovanissima, di lì a poco sarebbe scoppiata una vera e propria lite fra la nostra ultima arrivata e il bigliettaio/controllore, che fino a quel momento aveva pigramente assistito i passeggeri fornendo ai più stanchi o anziani alcuni piccolissimi sedili, tagliati da un unico ramo di legno in tipico stile africano.
La ragazza non voleva pagare il biglietto! Apriti cielo, lei non voleva pagare e l'altro esigeva il suo prezzo! Un piccolo finimondo chiassoso. Lei, da un lato, orgogliosissima affermava di non voler pagare, ma forse non aveva affatto denaro. Lui minacciava di farla scendere. E' qui che sono intervenuto io, offrendomi umilmente di pagare per l'orgogliosa bellezza locale, che accettò. Fra i passeggeri ci fu uno scoppio di gioia, da quel momento ero diventato l'eroe del bus e si sprecarono sorrisi e pacche sulle spalle.
Arrivammo infine ad Arba Migh, il paese della nostra prima tappa, dove stanchissimi e felici gustammo dell'ottimo pesce di lago. Ad aspettarci un alberghetto in muratura, tutti i confort dagli scarafaggi ai preservativi sul comodino. Turismo sessuale, brutta piaga.
Qui Piero necessita di un passo indietro e mi racconta dei giorni ad Addis Abeba, dove non ha visto realmente la mercificazione, ma ha potuto osservare alcuni stagionati europei accompagnarsi con more bimbette sui 14 anni. Una piaga dovuta alla grande povertà, dove anche il corpo se utile a procacciare il cibo, si usa o si mette in vendita. Qui pesca il racket, ma più sporchi sono forse proprio i clienti europei, americani, australiani o da qualunque altro posto provengano a cannibbalizzare l'Africa.
Da Arba Migh, Piero riprende il racconto, alle cinque del mattino del giorno dopo ci siamo rimessi di nuovo in viaggio, per raggiungere Jynka, la nostra meta più a sud.

Qui, con l'organizzazione locale, abbiamo visitato molti villaggi ed io ho scattato moltissime delle fotografie, che ti ho inviato. Di solito ci accompagnavano un autista e una guida, che svolgeva anche manzioni di traduttore. Solo in occasione della nostra visita presso la popolazione dei Mursi, le cui donne si adornano incuneando nel loro labbro inferiore quei pesantissimi piattelli di coccio, abbiamo avuto necessità di una scorta armata.
I viaggi della spola fra un villaggio e l'altro erano interessanti tanto quanto la visita ai villaggi stessi, per via degli autostoppisti lungo il percorso. L'autista ci chiedeva molto doviziosamente il permesso ogni volta per caricare un nuovo passeggero, ma noi abbiam capito da subito che a lui faceva piacere dare una mano alla popolazione locale, tanto quanto farsi degli amici sul territorio avrebbe rappresentato per lui una maggiore sicurezza negli spostamenti. Di buon mattino, da questi villaggi si attivava un intenso peregrinare di piccoli artigiani, contadini o allevatori, che si recavano con le loro mercanzie presso i mercati, distanti alle volte anche più di 20 chilometri, sobbarcandosi tutto il peso delle merci e il doppio dei chilometri contando l'andata e il ritorno. Uomini e donne, armati di buona volontà, con un piccolo fagottino sulle spalle. Erano questi i nostri autostoppisti.
La prima volta a Jynka ci siamo fermati solo 3 giorni per alloggiare in un paesino poco più a sud. Ci siamo quindi ritornati in seguito per far da base. Nel nuovo paesino non c'era acqua e noi ne avevamo portata in quantità necessaria solo per bere. Fina Jynka arriva la linea elettrica, anche se è funzionante per un 3-4 ore al giorno, ma nel nuovo paesino l'unica fonte di energia è un vecchio generatore, messo in uso per utilizzo pubblico.
Al nostro ritorno a Jynka uno dei cammerieri dell'albergo volle ospitarci a pranzo a casa sua. Sono appena sposato, ma devo ancora finir di pagare mia moglie, ci disse. Ci recammo quindi a casa sua, felici ospiti paganti per contribuire alle richieste economiche del suocero, che aveva già ottenuto una mucca in cambio della figlia, ormai mamma di un piccolo pargolo. Due bravi ragazzi, un peccato che avessero un tal mutuo da pagare. Mi hanno spiegato che prender moglie, da quelle parti, rappresenta un investimento di circa mille euro. E' un invito alla monogamia, perchè pagati quelli poi la devi anche mantenere, ride Piero.
A Jynka abbiamo assistito ad un matrimonio copto, davvero in pompa magna, con la sposa in bianco e le damigelle. Lì abbiamo conosciuto un dipendente del museo locale, gestito dalla tedesca università di Mann. Parlava italiano ed è stato un vero piacere conversare con lui. Sai Loredana, non è mica vero che da quelle parti tutti parlano l'italiano o forse noi non abbiamo incontrato altri che il nostro amico, con il quale mi scrivo via email ed oggi si occupa anche un po' di commercio con l'intenzione di mettersi in proprio, prima o poi.
Un viaggio che non dimenticheremo facilmente, nè io, nè mia moglie. Soprattutto lei, con l'occhio attento della fida telecamera, con le quali ha ripreso le nuvole di bambinetti che sempre ci si facevano d'attorno. Le donne di lì sono curiose, a mia moglie bianchissima e bionda, han rifilato tanti di quei pizzichi leggeri e di tirate di capelli, non per fare del male, no. Solo per conoscere la consistenza della pelle e la morbidezza dei capelli, tanto dissimili ai loro così bruni e ricci.
Certo, torneremo per raccontare più da vicino anche quelle sofferenze, che ci hanno resi attoniti, ma attivi di già, qui in Italia.
Loredana Morandi
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